Emozioni come domande

Emozioni come domande

Tutto può RInascere RIgenerato partendo da una domanda.

Non una domanda qualunque, una domanda finestra, che possa accogliere stimolando la curiosità verso nuove visioni, posta da me stessa per osservare etnograficamente il gruppo famiglia in cui sono a vivere ogni giorno. Chi l’avrebbe mai pensato che la mia esperienza in India da ragazza come volontaria con i bambini di strada di Kundapur potesse rifiorire nella mia seconda vita, quella da mamma di tre figlie e di co-conduttrice di una famiglia a cinque membri?

Le fatiche che porto addosso nella vita relazionale di tutti i giorni dentro a questo ruolo provengono da più livelli interconnessi e complessi:

la mia storia, i modelli culturali, le mie convinzioni e il paradigma dominante che respiriamo.

Perché è così faticoso stare con le emozioni che ci portano i bambini? Questione di distanza. L’ho dovuto comprendere sulla mia pelle. Se sono “troppo dentro” lo spazio emotivo dei bambini mi posso confondere, non capisco più dove sono io e dove si trova l’altro.

Quando capita che una bambina si svegli piangendo esprimendo tristezza, come posso stare al suo fianco sostenendola, senza censurare le sue emozioni, senza iperproteggerla, offrendole una possibilità di apprendimento nella gestione della tristezza?

Quando la nostra figlia maggiore alza la voce e dà calci e lancia oggetti presa dalla rabbia cosa si attiva in me? Cosa si attiva in me osservando anche la reazione del mio compagno alla rabbia di nostra figlia?

Tutte le comunicazioni non violente e la frasi empatiche che possiamo mettere in campo all’interno delle relazioni familiari sono funzionali solo se rispettano il criterio di autenticità, ossia se le sento veramente mie, se sto offrendo alle bambine qualcosa di reale e vero, perché so cosa significa essere attraversata dalla tristezza e dalla rabbia, cosa significa essere in difficoltà in queste emozioni e ho riflettuto in prima persona sui modi in cui poterci so-stare. E simultaneamente essere aperta a nuovi significati. Quindi un movimento interiore doppio:

sapere cosa porto io e offrire uno spazio bianco dove appuntare domande del tipo “Quali sono i significati per quel bambino?” “Cosa vuole comunicare” “Quale la sua intenzione?”

Con l’esplosione di urla, pianti, rabbia e tristezza che stiamo imparando ad osservare nella nostra seconda figlia di 5 anni, abbiamo usato l’immagine del vulcano.

Questa immagine è arrivata facilmente, stando in osservazione di alcuni pattern comportamentali che la bambina attiva nelle situazioni di intenso stress e in cui sente una richiesta troppo alta, ad esempio in presenza di un rifiuto della sorella maggiore; oppure quando, sempre con la maggiore, è coinvolta in situazioni di grande benessere e complicità; oppure ancora in situazioni di sconforto, dominata dalla convinzione di non potercela fare. Quando succede, ossia quando il vulcano erutta e vengono fuori le urla e i pianti incontrollati, mi pongo lì vicino a lei e le faccio presente che lei stessa può osservare il suo “livello”. Nei momenti di svago, con anche le altre sorelle, abbiamo giocato ai tre livelli (basso – medio – alto), elaborando tecniche per calmare la lava in eruzione: respirare con la pancia, un bicchiere d’acqua, un corpo di un adulto offerto come conforto,….

Questo tipo di giochi corporei che tentano di osservare e gestire le emozioni apporta giovamento a tutti noi che diveniamo abili a sviluppare apprendimenti.

Ogni chiave di lettura è unica e irripetibile e viene da una tensione etnografica dei genitori.

Sappiamo che per poter amare le figlie è bene non star loro “troppo vicino”, altrimenti la relazione da affettiva diventa soffocante e ostacolante per la crescita. Esserci osservando la crescita, facendo progressivamente spazio. Se mi metto un pochino da parte, come un genitore antropologo, posso osservare i comportamenti le motivazione le emozioni le relazioni. Posso annotarle interiormente. Possono scriverle sul diario di famiglia. Posso usare il materiale osservativo per confrontarmi con il partner o altre figure che si prendono cura della crescita dei figli. Ecco come divenire genitore riflessivo e aumentare la propria consapevolezza.

Quanto è difficile lasciarle andare? Rimane faticoso fare spazio, mettersi da parte, lasciarle andare nel mondo. Perché sono piccole nei nostri occhi e nei nostri cuori.

Come convivere con il pensiero che possano incontrare frustrazioni, fallimenti, cadute, dolore, rifiuti? Quanto è difficile rimanere presenti senza attivare proiezioni e protezioni?

Siegel1 mi sta donando la speranza nel mio ruolo educativo, mi sta offrendo dati scientifici a sostegno del mio potenziale come genitore che sta costruendo la propria consapevolezza. Anche se non abbiamo avuto un attaccamento sicuro con i nostri genitori possiamo fornire questo tipo di attaccamento ai figli, a patto che abbiamo riflettuto sulla nostra storia e le abbiamo dato un senso.

Aaaaaaaaa che respiro liberatorio

Ora si aprono nuovi scenari e nuove storie.

Guardare la mia storia per darle un senso. Così posso dipingere il mio presente diversamente. Offrire una base amorevole e stabile, anche se non l’ho ricevuta in modo completo dai miei genitori.

Sulla base delle scoperte più recenti della neurobiologia interpersonale, degli studi sulla neuroplasticità la storia non è destino!

La storia non è destino!

Possiamo trasformare non solo il rapporto con i nostri figli, ma anche quello con noi stessi, poiché di fatto modifichiamo le connessioni presenti nel cervello, nelle memorie corporee e nelle convinzioni che siamo e che guidano il nostro agire quotidiano.

Ecco perché parlare di emozioni significa parlare di cervello e di corpo. Si tratta di un unico discorso. Si tratta dell’approccio che ho scelto, quello pedagogico, che vede la formazione come cuore pulsante e scintilla per prendersi cura dei processi relazionali. Si tratta di quello che Maria Grazia Contini mi ha insegnato citando Maria Levi Montalcini l’imprinting è attivo dalla culla alla bara. Dalla plasticità del nostro sistema conoscitivo – che accompagnata la vita umana in ogni sua fase evolutiva – viene la potenzialità del nostro lavoro educativo. Ecco perché ho scelto di lavorare con me stessa e con le famiglie che accompagno nei percorsi pedagogici prendendo per mano la parola chiave empowerment.

Ci credo: credo fortemente nel mio potere e nel potere di ogni genitore che incontro nei laboratori, nei gruppi e nei percorsi.

L’amore è quell’esperienza umana che ci permette di credere in noi stessi e simultaneamente di aver fiducia, trovare il proprio posto in un mondo che sa accoglierci. Come possiamo trasmettere ai figli il nostro amore in modo funzionale? Come creare un ambiente che renda i figli sicuri di essere accettati e amati? La pedagogia come alleata delle emozioni rappresenta un’ottima occasione di imprinting genitoriale e personale, un laboratorio per scrivere insieme, domande e storie nuove….

Se anche tu trovi scomodità blocchi resistenze nell’intessere relazioni di Amore con i tuoi figli è normale, viene dalla storia che hai ricevuto e dallo Zeitgeist. Ma ora hai a disposizione tutto questo materiale, come un blocco di argilla, con le tue mani la tua saggezza la tua creatività puoi imprimere la forma che desideri

Come argilla nelle tue mani, crea!

  1. Daniel J. Siegel, Esserci. Come la presenza dei genitori influisce sullo sviluppo dei bambini. ↩︎