Il padre e la mia direzione utopica

Il padre e la mia direzione utopica

Nella mia storia di mamma di tre bambine di 3,5 e 8 anni ci sono stati momenti e fasi vitali più o meno lunghe in cui ho sentito che non ce l’avrei fatta. Mi sentivo inadatta, in conflitto con me stessa e con il mio partner. In queste battaglie emotive di estrema difficoltà relazionale – che poi ho imparato a nominare la caverna – dove tutto mi sembra buio, ho sperimentato diverse situazioni di aiuto. Psicoterapia, counseling, danza terapia, ecc… Da ogni situazione ho raccolto un pezzettino per me. Chi mi ha sostenuta nell’opera di fare ordine e chiarezza è stata la Pedagogia come uno sguardo metodologico. Un ritrovamento. Una veste professionale che ho intessuto negli anni e che era sempre stata lì con me. Una parte di me che rappresenta una risorsa infinita che mi dà sostanza e mi forma. Un modo di vedere e sentire il mondo. La pedagogia è divenuta mia alleata e mi ha offerto un metodo che ho condiviso con il mio compagno, che ci ha permesso di incarnare il ruolo di LEADER AMOREVOLI. Iniziare a cogliere le risorse che il gruppo famiglia ha a disposizione, comprendere i bisogni di ogni membro, aspirando ad un atteggiamento osservativo non giudicante quasi etnografico: uscire dal punta-di-vista-genitori per entrare nello sguardo-famiglia. Tendere a quella “giusta” distanza emotiva che permette di gestire le relazioni familiari senza far leva sulle emozioni del momento ma radicarsi sugli aspetti educativi.

In questo processo mi sono sentita rifiorita riconosciuta e potente. Prossimo step: allentare sempre di più il controllo, lasciando progressivamente lo spazio al padre, figura insostituibile e alquanto complessa, che vive attualmente una rivoluzione in divenire. Nel nostro contesto il padre c’è e ha vissuto per la prima fase della vita familiare in una zona d’ombra. Nei prossimi articoli vedremo tutti gli sforzi che ancora mi impegnano nell’opera quotidiana di concedere spazio, si tratta di esercizi per imparare ad abbandonare progressivamente i campi di dominio “materni”, per affidarli al mio compagno.

Perché è così difficile lasciare spazio alla figura paterna? In questi anni ho provato a pormi delle domande e a trovare spunti per accogliere una pluralità di forme del paterno. Ho dovuto fare i conti con la mia immagine di padre, quella intima che deriva dalla storia che ho vissuto come bambina. Del mio tempo infantile ho perso molte tracce. Quelle scure hanno spazzato via quasi tutto. Ma sono qui nel tentativo di recuperare il disperso.

Cosa ho ricevuto da mio padre? Il senso del desiderare, una visione utopica del mondo, uno sguardo ampio dove io esisto in quanto parte di un’umanità che deve ancora compiersi. Sono venuta in contatto con questa consapevolezza la prima volta mentre frequentavo le lezioni di Pedagogia Generale di Maria Grazia Contini. Da studentessa al mio primo anno di corso, mi sono ritrovata l’unica ad aver scelto il cane in un gioco proposto dalla Prof. in cui era necessario discutere in piccolo gruppo per risolvere un problema: la nostra nave sta per affondare, chi decidiamo di salvare e portare con noi nella scialuppa di salvataggio? Le armi, l’equipaggiamento oppure il cane mascotte del gruppo? Mi sono ritrovata ad essere l’unica voce in mezzo ad un mare di posizionamenti strumentali materialisti, sola a difendere la tesi che il cane sarebbe stata la scelta corretta da fare. Oltre a sentirmi riconosciuta e valorizzata dalla Contini ho anche compreso che siamo immersi in uno sguardo individualista.

La mia storia, anche se molto diversa da quelle della maggioranza, ha il suo valore, brilla come una stella nella notte. Insieme alla polvere di tutti quei libri e al caos di casa, da bambina, ho respirato la cura per tutti i sogni di mondi che ancora non esistono ma che sono gli aquiloni che ci indicano la direzione del nostro cammino… Adesso ho scelto di dedicare la mia vita professionale a sostenere altri genitori e a creare comunità educanti divergenti. Raccogliere e custodire i progetti di altre famiglie significa permettere il dischiudersi e la costruzione di altri mondi possibili. Sento di avere un’utopia che mi tiene compagnia, che ho ricevuto in dono da mio padre. Lui ha lottato nei gruppi anarchici bolognesi e nel coordinamento migranti per avere un mondo senza confini in cui potesse vivere la giustizia sociale, l’uguaglianza, la libertà e l’auto-determinazione. Quello che mi rimane tra le mani è la sicurezza che posso portare nel mondo ciò che sento vero e autentico, a discapito delle leggi del profitto.

Dove sono pienamente me stessa? Cosa posso portare nel mondo affinché possa diventare un po’ più giusto.

Mi dedico alla pedagogia come a una forza che è venuta in mio soccorso e che ora posso offrire ad altre famiglie che si sentono in difficoltà, per creare altri mondi possibili, per dare voce alla marginalità e al pensiero divergente. Ogni volta che ne parlo o ne scrivo mi commuovo perché la forza è immensa e travolgente. La forza è immensa, nonostante le difficoltà della vita, le sue fragilità, i suoi buchi neri. È forte l’attaccamento alla vita, alla sua bellezza, al sentirsi parte di. Questa forza è tale che mi impedisce di omologarmi. Da qui posso osservare i momenti felici della mia infanzia e insieme le ferite che mi hanno permesso di incontrare il dolore, dargli un nome e divenire una professionista delle emozioni. Posso sostare anche in quelle emozioni più scomode, ci ho intessuto attorno la mia storia, hanno preso vita conquistando la loro dignità di esistere. So chi sono e conosco la mia direzione.

Non crediate che chi cerca di consolarvi viva tranquillo tra le parole semplici e silenziose che a volte vi fanno bene. La sua vita è molto difficile e triste…. Se così non fosse non sarebbe mai riuscito a trovare quelle parole.

Rilke mi offre la possibilità di raccontare con poesia il mio posizionamento.

Sono qui a sostenere altri genitori affinché possano far risplendere il loro potenziale divenendo pienamente presenze educative consapevoli. Siamo in cammino, un passo per volta…

E tu? Cosa hai ricevuto da tuo padre?